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lundi 24 août 2026
Dott. Eugenio Serravalle: Palermo, la difterite è ancora un’ipotesi
https://www.assis.it/palermo-la-difterite-e-ancora-unipotesi/
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L’ultimo caso pediatrico mortale di difterite in Italia risale al 1991, mentre nel 1996 il Ministero registrò un ultimo caso autoctono probabile. Da allora non risultano documentati casi autoctoni pediatrici di difterite respiratoria classica paragonabili a quello oggi sospettato a Palermo. La storia dei casi successivi mostra inoltre che una segnalazione per difterite può non trovare conferma. Prima di trasformare la morte di una bambina in un processo pubblico, aspettiamo gli accertamenti.
A pochi giorni dalla morte della bambina di quattro anni a Palermo sta accadendo qualcosa che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore il rigore dell’informazione sanitaria: quella che nelle prime notizie era correttamente definita «sospetta difterite» è diventata progressivamente, nei titoli e soprattutto nei commenti, una morte «per difterite». E da questa diagnosi ormai considerata acquisita si è passati rapidamente alla mancata vaccinazione e quindi al giudizio sui genitori.
Al momento in cui scriviamo, 23 agosto 2026, per quanto risulta dalle informazioni pubblicamente disponibili, gli accertamenti non sono ancora conclusi. Il direttore sanitario dell’ospedale ha dichiarato che dalle prime analisi la causa «sembra essere dovuta a difterite», precisando però che si attende l’esito dell’Istituto Superiore di Sanità; la Procura ha inoltre disposto l’autopsia e l’acquisizione delle cartelle cliniche.
L’ipotesi della difterite potrà essere confermata, naturalmente, ma potrà anche non esserlo. Parlare oggi di «bambina morta di difterite» come di un fatto definitivamente accertato significa anticipare il risultato degli esami che stiamo ancora aspettando.
Nel precedente editoriale sulla vicenda di Palermo avevamo scelto di fermarci alle domande che i dati disponibili consentivano di porre. I nuovi elementi emersi non rendono meno importante quella prudenza.
Non è una sottigliezza terminologica. Basta ripercorrere la storia italiana della difterite per comprenderlo.
L’ultimo caso pediatrico mortale risale al 1991
Una circolare del Ministero della Sanità del 19 marzo 1997 ricostruiva quattro casi segnalati in Italia tra il 1990 e il 1995. L’ultimo caso pediatrico mortale di difterite in Italia risale al 1991: riguardò una bambina non vaccinata.
Sono passati trentacinque anni.
Nel 1996 il Ministero registrò poi un caso autoctono probabile di difterite. Da allora non risultano documentati casi autoctoni pediatrici di difterite respiratoria classica paragonabili a quello oggi sospettato a Palermo.
Nel 1995 fu tuttavia segnalato un altro grave caso pediatrico, particolarmente istruttivo per la discussione di oggi. Riguardava una bambina di due anni, regolarmente vaccinata, ricoverata per una grave epiglottite con difficoltà respiratorie. Fu isolato Corynebacterium diphtheriae var. mitis.
Letto così, il caso potrebbe facilmente entrare in una statistica o in una ricostruzione giornalistica come «difterite in una bambina».
Ma gli accertamenti dimostrarono qualcosa di essenziale: quel ceppo era non tossigenico. La stessa circolare ministeriale ricordava che ceppi non tossigenici di C. diphtheriae possono provocare forme invasive di infezione.
La differenza è sostanziale. C’erano una grave malattia respiratoria e persino C. diphtheriae, ma mancava proprio la produzione della tossina che caratterizza la difterite classica.
Anche il caso precedente, quello del 1994, invita alla prudenza. In una donna adulta fu isolato C. diphtheriae, ma il ceppo inviato all’Istituto Superiore di Sanità non era più vitale e non fu possibile eseguire le prove di tossigenicità.
La documentazione contemporanea ai fatti è quindi molto più articolata di quanto possa apparire leggendo oggi un semplice conteggio dei «casi di difterite».
Quando una segnalazione non diventa una conferma
Una successiva ricerca condotta da studiosi dell’ISS sulla situazione italiana tra gennaio 1990 e giugno 2001 rende il quadro ancora più interessante: cinque casi erano stati notificati come difterite, ma soltanto tre furono confermati microbiologicamente mediante l’isolamento di corinebatteri tossigenici, due da C. diphtheriae e uno da C. ulcerans.
Non solo. Nello stesso periodo furono individuati undici casi di infezione da C. diphtheriae non tossigenico. In sette dei pazienti con isolamento faringeo erano presenti febbre, faringite grave e tonsillite; in alcuni fu contemporaneamente identificato anche Streptococcus pyogenes.
Negli anni successivi l’ISS avrebbe documentato altre cinque infezioni da C. diphtheriae non produttore di tossina, due delle quali particolarmente gravi.
È questo il precedente storico che sembra mancare quasi completamente nella discussione di questi giorni.
Un quadro grave non dimostra da solo la difterite tossinica. Neppure trovare C. diphtheriae basta necessariamente a dimostrarla. E persino alcuni casi inizialmente notificati come difterite non hanno poi trovato conferma microbiologica come infezioni da ceppi tossigenici.
L’ISS stesso spiega che il suo Laboratorio di riferimento deve confermare l’identificazione della specie e determinare la tossigenicità attraverso indagini specifiche. È precisamente per questa ragione che esiste una procedura di conferma dei casi sospetti.
Questo non autorizza affatto a sostenere che la bambina di Palermo non sia morta di difterite. Sarebbe utilizzare l’incertezza nello stesso modo scorretto con cui altri stanno utilizzando il sospetto.
Significa semplicemente riconoscere che, fino a quando gli accertamenti non saranno conclusi, non sappiamo ancora con certezza di che cosa sia morta.
Proprio questa storia dovrebbe rendere tutti ancora più prudenti. Se Palermo venisse confermato come un nuovo caso pediatrico autoctono di difterite respiratoria tossinica, ci troveremmo davanti a un evento epidemiologico eccezionale dopo decenni. Questo non lo rende impossibile; rende semmai ancora più importante documentarlo con precisione.
Una diagnosi ancora da confermare non è una sentenza
Una diagnosi ancora da confermare viene raccontata come un fatto acquisito e utilizzata per individuare immediatamente dei colpevoli: non è più una semplice imprecisione giornalistica, ma la costruzione di una sentenza pubblica prima ancora che siano arrivati gli esami.
Una famiglia ha appena perso una bambina di quattro anni e si è trovata quasi immediatamente esposta al giudizio pubblico. Nel frattempo i genitori sono stati iscritti nel registro degli indagati per omicidio colposo; secondo quanto riferito da ANSA, l’iscrizione è un atto a garanzia in vista dell’autopsia, che consente loro di nominare propri consulenti.
Anche questo dovrebbe suggerire prudenza prima di trasformare un’indagine appena iniziata in una sentenza.
La mancata vaccinazione è diventata per molti non uno degli elementi della storia clinica, ma la chiave attraverso cui leggere retrospettivamente l’intera vicenda: non era vaccinata, quindi aveva la difterite; aveva la difterite, quindi la causa della morte e le responsabilità sarebbero già stabilite.
La mancata vaccinazione è un dato clinicamente rilevante. Non dimostra però la diagnosi e non può sostituirsi agli accertamenti microbiologici e autoptici.
Trasformarla nella prova che la bambina sia morta di difterite significa rovesciare il metodo scientifico, facendo discendere la diagnosi da ciò che si vuole dimostrare.
Aspettiamo gli accertamenti
Non sappiamo ancora quale sarà la conclusione degli accertamenti.
Se verrà confermata una difterite respiratoria tossinica, dovrà essere detto con la massima chiarezza e con la stessa chiarezza dovrà essere valutato il significato di un caso pediatrico autoctono che non si osservava in Italia da decenni.
Se invece gli accertamenti non la confermeranno o individueranno una causa diversa, sarà altrettanto importante che questa notizia riceva la stessa attenzione riservata in questi giorni all’ipotesi iniziale.
Nel frattempo sarebbe sufficiente conservare una parola che sembra essersi persa passando dalle cronache ai commenti:
sospetta.
Sospetta difterite non significa difterite esclusa ma non significa neppure difterite accertata e soprattutto non può diventare, prima ancora che arrivino i risultati, una sentenza contro una famiglia che ha appena perso una figlia.
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