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jeudi 30 juillet 2026
Carmen Tortora: Pfizer, le immagini al microscopio e la domanda rimossa: cosa mostrano davvero le fiale?
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Oltre lo scontro tra suggestioni visive e dogma istituzionale: perché le ipotesi sulle strutture auto-assemblanti esigono analisi chimiche pubbliche e indipendenti.
Carmen Tortora
Jun 30, 2026
C’è uno studio analitico, pubblicato a metà giugno 2026 sull’International Journal of Vaccine Theory, Practice, and Research a firma di Shimon D. Yanowitz e Daniel Broudy, che va dritto al cuore della reale composizione dei trattamenti anti-Covid, smantellando la narrativa semplificata delle autorità con una tesi destabilizzante. Non siamo di fronte a una raccolta estemporanea di impurità isolate, bensì a una documentazione rigorosa: all’interno del materiale attribuito alle fiale Pfizer-BioNTech si osserva lo sviluppo di strutture complesse che rispondono a una precisa logica di autoassemblaggio gerarchico.
Per capire l’entità del caso, bisogna comprendere cosa sia l’autoassemblaggio nel mondo delle nanobiotecnologie. Non si tratta di una reazione biologica spontanea e naturale, ma di un processo ingegneristico in cui minuscoli componenti si dispongono autonomamente in configurazioni ordinate, seguendo istruzioni geometriche, elettriche o chimiche già impresse nella materia stessa. Il dato inquietante evidenziato dai ricercatori è che ciò che emerge al microscopio ottico non è una contaminazione casuale arrivata dall’esterno, ma la fase finale di una progressione geometrica latente. Lo studio spiega che tutto parte su scala nanometrica, da elementi inferiori ai due nanometri - come atomi, amminoacidi o frammenti sintetici - completamente invisibili agli strumenti ordinari. Una volta che la fiala viene scongelata, depositata sul vetrino e incubata, questi mattoni invisibili iniziano a fare rete tra loro, crescendo per livelli successivi fino a diventare filamenti e nastri microscopici. La fiala cessa di essere un semplice veicolo farmacologico inerte e si rivela un ambiente programmato per l’edificazione di micro-architetture sintetiche.
Le risultanze fotografiche dello studio impongono una disamina materiale immediata e dettagliata. A pagina 1711, la rilevazione di una struttura filiforme e brillante sul fondo scuro viene definita dagli autori “simile a un parassita”. Questa espressione non deve far pensare a un’infestazione microbiologica o a un verme naturale, ma a una specifica identità funzionale: una forma artificiale che imita il comportamento parassitario, progettata per utilizzare l’organismo ospitante come fonte energetica e materia prima per il proprio accrescimento.
Ancor più gravi sono le implicazioni legate alle formazioni a nastro macroscopiche documentate nella sesta figura del paper. Parliamo di grandi strutture rigide e aggrovigliate che sembrano formarsi direttamente dalla goccia del fluido esaminato. Se tali elementi penetrano o si sviluppano nel comparto vascolare umano, il danno indotto non risponde a dinamiche infettive virali, ma a criteri di puro impatto meccanico. L’endotelio dei vasi sanguigni e dei capillari è costituito da superfici vive, elastiche e strutturalmente fragili. L’interazione con corpi estranei rigidi, allungati e taglienti determina microlesioni continue, infiammazione endoteliale cronica e ostruzione fisica. Questo preciso modello d’azione meccanica fornisce una spiegazione chimico-fisica coerente alla genesi dei white clots, i controversi e resistenti coaguli fibrosi rilevati in sede autoptica dai professionisti del settore tanatoestetico.
Il paper approfondisce questo scenario esaminando i meccanismi di sintesi proteica acellulare, indicata con l’acronimo CFPS. Gli autori descrivono la presenza di protocellule, ovvero microcapsule artificiali dotate di membrane semipermeabili che operano come veri e propri bioreattori autonomi. Il funzionamento biologico ipotizzato è tanto lineare quanto spaventoso: la membrana lascia filtrare dall’esterno le molecole più piccole presenti ovunque nel corpo umano, come amminoacidi, sali, zuccheri ed energia chimica sotto forma di ATP. Una volta all’interno della capsula, un nucleo funzionale sfrutta questi substrati vitali per alimentare la sintesi e la produzione di nuovi materiali polimerici, che vengono poi rilasciati all’esterno. È il concetto di resource harvesting, la raccolta attiva di risorse biologiche: la struttura usa il corpo umano come una fabbrica di materia prima per auto-alimentarsi. Questo processo si inserisce nel quadro tecnologico dei DNA origami, una branca della nanotecnologia applicata che impiega filamenti sintetici di acidi nucleici non per trasmettere codice genetico, ma come materiale da costruzione rigido per piegare la materia in forme geometriche millimetriche.
Tuttavia, è proprio in questo punto di massimo impatto che l’analisi richiede il rigore metodologico più assoluto: la forma non coincide necessariamente con la composizione. La microscopia ottica a campo oscuro è uno strumento straordinario per far risaltare i profili, i bordi e i movimenti delle particelle su uno sfondo scuro, creando immagini ad alto contrasto visivamente potenti. Ma c’è un limite insuperabile: la microscopia ottica non è geneticamente abilitata a fornire la firma chimica dei materiali. Una forma geometrica complessa o un filamento brillante possono suggerire un’architettura programmata, ma potrebbero altrettanto essere il risultato di una cristallizzazione salina, di una degradazione anomala dei lipidi, di un accumulo di polvere ambientale o di un artefatto ottico generato dalle condizioni del vetrino.
Lo stesso discorso vale per il DNA plasmidico residuo. Sebbene la presenza di frammenti di DNA nei vaccini a mRNA sia un tema caldissimo e documentato nel dibattito scientifico come un grave problema di controllo qualità e trasparenza regolatoria, ciò non equivale automaticamente a dimostrare la presenza di circuiti o nanorobot. Tra un frammento di contaminazione industriale e un’architettura sintetica programmata esiste un divario interpretativo immenso che non può essere colmato solo dalle immagini.
Gli autori espandono l’orizzonte della loro tesi fino a scenari politici e militari, citando gli standard delle reti bio-nano, la comunicazione molecolare in vivo e i programmi di neurotecnologia della difesa come il DARPA N3, suggerendo che queste piattaforme possano essere orientate nel corpo umano tramite campi elettromagnetici esterni. Questa sezione mette a nudo una verità innegabile: la frontiera bio-nano esiste e i confini tra medicina avanzata e applicazioni militari sono drammaticamente labili. Sul piano probatorio, però, si tratta di una deduzione geopolitica: l’esistenza di un programma militare non dimostra che quella tecnologia sia contenuta in quella specifica fiala. Anche le immagini di forme geometriche che ricordano circuiti bioelettronici, o i contratti passati di Pfizer per lo studio di nanorobot per il trasporto mirato di farmaci (drug delivery), offrono un contesto industriale importante, ma non costituiscono una prova diretta del contenuto.
Il limite intrinseco dell’indagine emerge chiaramente nell’appendice editoriale della rivista stessa, svelando un retroscena cruciale. Yanowitz e Broudy ricoprono ruoli di associate editor nel giornale che ha ospitato il loro lavoro, un periodico storicamente schierato su posizioni di forte critica verso la gestione sanitaria. Durante la revisione paritaria, lo studio ha ricevuto due raccomandazioni negative e due astensioni. Molti revisori interni avevano chiesto espressamente di tagliare le parti più speculative e di pretendere indagini di laboratorio più stringenti. Siamo di fronte a un testo militante, pubblicato per scelta politica dell’editor-in-chief che ha scelto di superare le obiezioni metodologiche dei suoi stessi consulenti scientifici.
Il microscopio, di conseguenza, accende una luce e legittima un’inchiesta, ma non può sostituirla. Per superare le suggestioni visive e ottenere certezze scientifiche inattaccabili, serve un protocollo di laboratorio brutale nella sua trasparenza. È necessaria un’indagine in cieco condotta da laboratori terzi su fiale integre e sigillate, analizzate non solo nella loro morfologia, ma nella loro struttura atomica tramite microscopia elettronica, spettrometria di massa (ICP-MS) e tecniche di spettroscopia molecolare (Raman e FTIR), isolando ogni singolo eccipiente per verificare come si comporta nel tempo.
La documentazione ufficiale della scheda EMA descrive Comirnaty come un vaccino a mRNA racchiuso in nanoparticelle lipidiche standard, elencando eccipienti ordinari come colesterolo, zuccheri e sali. Tuttavia, i verbali iniziali dell’ente regolatorio europeo confermano che i dati industriali completi sui nuovi eccipienti lipidici - come l’ALC-0315 e l’ALC-0159 - erano incompleti al momento dell’autorizzazione d’emergenza, e sono stati integrati solo in seguito. Questa fretta regolatoria ha creato un vuoto informativo in cui oggi si inseriscono i dubbi della ricerca indipendente.
Il cuore politico di questa vicenda non risiede nelle teorie sui microchip, ma nel principio fondamentale di verificabilità scientifica, un diritto che le autorità hanno sistematicamente negato. Se il contenuto delle fiale corrispondesse fedelmente alle specifiche dichiarate e ai normali processi di degradazione, i governi e le case farmaceutiche avrebbero potuto azzerare ogni dubbio commissionando test aperti e pubblici. L’ostinazione nel mantenere una cortina di segretezza industriale su un trattamento di massa trasforma inevitabilmente la sottomissione scientifica in una questione di sicurezza pubblica. La microscopia ha documentato anomalie strutturali che violano la conformazione attesa del farmaco; ora il silenzio delle istituzioni deve cedere il passo alla tracciabilità chimica e alla responsabilità.
Link allo studio
https://ijvtpr.com/index.php/IJVTPR/article/view/129
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