https://www.maurizioblondet.it/casa-bianca-ordina-la-fine-del-globalismo-liberista-ri-nalizionalizziamo-se-possiamo/
"Qui sotto l’incredibile discorso del consigliere della sicurezza
nazionale di Biden, Jake Sullivan alla Brookings Institution, dove
pretende di porre fine alla globalizzazione governata dal profitto e dal
“mercato”: non ci conviene più, ma Sullivan non ammette che è stato
un errore strategico storico americano; l’abbiamo fatto per espandere il
benessere nel terzo mondo, per altruismo. Solo che ci siamo de-
industrializzati, e la Cina ci sta superando. Per cui comandiamo anche
agli alleati europei la fine della globalizzazione e del liberismo;
interventi di stato nell’economia, e ri-nazionalizziamo e vi deprediamo.
Insomma Sullivan ordina al dentifricio di tornare nel tubetto.
Le importazioni USA dalla Cina non fanno che aumentare…Sullivan è una
Kamala Harris della sicurezza nazionale."(...)
Osservazioni del Consigliere per la Sicurezza Nazionale Jack Sullivan al Brookings Institution sul tema del rinnovamento della guida economica americana.
Di Jack Sullivan [1]
Come sa la maggioranza di voi, la Segretaria Yellen ha tenuto la
scorsa settimana qua vicino un importante discorso sulla nostra politica
economica riguardo alla Cina. Oggi vorrei concentrarmi sulla nostra più
generale politica economica internazionale, in particolare in
riferimento all’impegno fondamentale del Presidente Biden – in effetti,
alla quotidiana direzione che esercita su noi stessi – per una
integrazione più profonda della politica interna ed estera.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti guidarono un mondo
frammentato nella costruzione di un nuovo ordine economico
internazionale. Esso portò centinaia di milioni di persone fuori dalla
povertà. Sostenne emozionanti rivoluzioni tecnologiche. Aiutò gli Stati
Uniti e molte altre nazioni nel mondo a realizzare nuovi livelli di
prosperità.
Ma gli ultimi decenni hanno rivelato fratture in queste fondamenta.
Uno spostamento nell’economia globale ha lasciato indietro molti
lavoratori americani e le loro comunità. Una crisi finanziaria ha fatto
tremare la classe media. Una pandemia ha mostrato la fragilità delle
nostre catene dell’offerta. Il cambiamento climatico minaccia le vite ed
i mezzi di sostentamento. L’invasione da parte della Russia
dell’Ucraina ha evidenziato i rischi di un eccesso di dipendenza.
Dunque, questo momento richiede che noi si dia vita ad un ‘nuovo consenso’.
È quella la ragione per la quale gli Stati Uniti, con il Presidente
Biden, stanno perseguendo una moderna strategia industriale e
dell’innovazione – sia all’interno che con partner in tutto il mondo.
Una strategia che investa sulle fonti della nostra stessa forza
economica e tecnologica, che promuova catene dell’offerta globale
diversificate e resilienti, che fissi elevati standard per ogni cosa,
dal lavoro all’ambiente alla tecnologia affidabile ed al buon governo, e
che dispieghi capitali per il conseguimento di beni pubblici come il
clima e la salute.
Ora, l’idea che un “nuovo Washington Consensus”, come alcune
persone l’hanno definito, sia in qualche modo l’America da sola, o
l’America e l’Occidente con l’esclusione degli altri, è proprio
completamente sbagliata.
Questa strategia produrrà un ordine economico globale più giusto e
più durevole, a beneficio di noi stessi e delle persone in ogni luogo.
Oggi dunque, quello che io voglio fare è illustrare quello che stiamo
provando a fare. E partirò dal definire le sfide che stiamo constatando
– le sfide che stiamo fronteggiando. Per farcene carico, abbiamo dovuto
rivedere alcuni vecchi assunti. In seguito, passo dopo passo, spiegherò
come il nostro approccio sia adattato a soddisfare quelle sfide.
Quando il Presidente Biden entrò in carica più di due anni orsono, il
paese, dal nostro punto di vista, era di fronte a quattro sfide
fondamentali.
La prima, la base industriale dell’America era stata svuotata.
La visione dell’investimento pubblico che aveva motivato il progetto
americano negli anni postbellici – e per la verità per buona parte della
nostra storia – era svanita. Aveva lasciato il passo ad un complesso di
idee che peroravano il taglio delle tasse e la deregolamentazione, la
privatizzazione al posto dell’iniziativa pubblica, e la liberalizzazione
del commercio come fine a se stessa.
C’era un pregiudizio al cuore di tutta questa politica: che i mercati
allocassero sempre il capitale in modo produttivo e con efficienza – a
prescindere da quello che facevano i nostri competitori, a prescindere
da quanto crescevano le sfide che ci riguardavano ed a prescindere da
quante barriere di protezione abbattevamo.
Ora, nessuno – certamente non il sottoscritto – sminuisce il potere
dei mercati. Ma nel nome di una super semplificata efficienza del
mercato, intere catene dell’offerta di beni strategici – assieme alle
industrie ed ai posti di lavoro che le realizzavano – si sono spostate
all’estero. E il postulato che la liberalizzazione spinta del commercio
avrebbe aiutato l’America ad esportare prodotti, e non posti di lavoro e
capacità produttiva, era una promessa che veniva fatta ma non
mantenuta.
Un altro assunto implicito era che il tipo di crescita non era
importante. Tutta la crescita era buona crescita. Dunque, venivano
assortite varie riforme che assieme avevano l’effetto di privilegiare
alcuni settori dell’economia, come la finanza, mentre altri settori
essenziali, come i semiconduttori e le infrastrutture, deperivano. La
nostra capacità industriale – che è cruciale per la capacità di ogni
paese di continuare ad innovare – subì un colpo reale.
I traumi della crisi finanziaria globale ed una pandemia globale hanno messo a nudo i limiti di questi prevalenti pregiudizi.
La seconda sfida che abbiamo affrontato è stata adattarsi ad un
nuovo contesto definito dalla competizione geopolitica e della
sicurezza, con importanti impatti economici.
Buona parte della politica economica internazionale dei decenni
passati si era basata sulla premessa che l’integrazione economica
avrebbe reso le nazioni più responsabili e aperte, e che l’ordine
globale sarebbe stato più pacifico e cooperativo – che coinvolgere i
paesi all’interno di un ordine basato sulle regole le avrebbe
incentivate ad aderire a quelle stesse regole.
Ciò non è avvenuto. In alcuni casi è avvenuto, ma in una gran quantità di casi non è avvenuto.
Al tempo in cui il Presidente Biden entrò in carica, noi dovevamo
misurarci con la realtà secondo la quale una ampia economia non di
mercato era stata integrata nell’ordine economico internazionale in un
modo che provocava considerevoli sfide.
La Repubblica del Popolo della Cina continuava a sussidiare ad un
livello massiccio sia settori industriali tradizionali, come l’acciaio,
che industrie fondamentali del futuro, come le energie pulite, le
infrastrutture digitali e le biotecnologie avanzate. L’America non solo
aveva perso il settore manifatturiero – avevamo eroso la nostra
competitività in tecnologie fondamentali che avrebbero determinato il
futuro.
L’integrazione economica non aveva fermato la Cina dall’espandere le
sue ambizioni militari nella regione, né aveva impedito alla Russia di
invadere i suoi vicini democratici. Né l’uno né l’altro paese erano
diventati più responsabili o collaborativi.
E ignorare le dipendenze economiche si erano accumulate in decenni di
liberalizzazione era diventato realmente pericoloso – dall’incertezza
energetica in Europa alla vulnerabilità delle catene dell’offerta nelle
attrezzature sanitarie, per i semiconduttori ed i minerali fondamentali [2]. Queste erano il tipo di dipendenze che potevano essere sfruttate per l’influenza economica o geopolitica.
La terza sfida dinanzi alla quale eravamo era una accelerazione
della crisi climatica ed il bisogno urgente di una giusta ed efficace
transizione energetica.
Quando il Presidente Biden entrò in carica noi non eravamo
drammaticamente all’altezza delle nostre ambizioni climatiche, senza un
chiaro indirizzo verso abbondanti offerte di energie pulita stabile e
disponibile, nonostante i migliori sforzi della Amministrazione
Obama-Biden per realizzare un significativo progresso.
Troppe persone credevano che dovessimo fare una scelta tra la
crescita economica e la soddisfazione dei nostri obbiettivi sul clima.
Il Presidente Biden ha sempre considerato le cose in modo
completamente diverso. Come ha spesso detto, quando lui sente parlare di
“clima”, pensa ai “posti di lavoro”. Crede che costruire un’economia di
energie pulita del ventunesimo secolo sia una delle opportunità di
crescita più significative del ventunesimo secolo – ma che per sfruttare
quella opportunità, l’America abbia bisogno di una strategia deliberata
e concreta di investimenti per tirare in avanti l’innovazione,
abbattere i costi e creare buoni posti di lavoro.
Infine, eravamo dinanzi alla sfida dell’ineguaglianza e dei suoi danni alla democrazia.
In questo caso, l’assunto prevalente era che la crescita resa
possibile dal commercio sarebbe stata una crescita inclusiva – che i
vantaggi del commercio avrebbero finito con l’essere generalmente
condivisi tra le nazioni. Ma il fatto è che quei vantaggi non erano
capaci di raggiungere una gran parte di lavoratori. La classe media
americana aveva perso terreno mentre i ricchi stavano meglio che mai. E
le comunità manifatturiere americane venivano svuotate mentre i settori
di avanguardia si spostavano verso le aree metropolitane.
Ora, i fattori dell’ineguaglianza economica – come molti di voi sanno
anche meglio di me – sono complessi, ed includono sfide strutturali
come la rivoluzione digitale. Ma tra questi fattori, sono stati
fondamentali decenni di politiche economiche basate sulla aspettativa
dei cosiddetti ‘effetti a cascata’ – politiche come i tagli regressivi
delle tasse, i profondi tagli agli investimenti pubblici le
concentrazioni societarie senza controlli, nonché attive misure per
indebolire il movimento dei lavoratori, che agli inizi costruì la classe
media americana.
Gli sforzi per prendere un approccio diverso durante la
Amministrazione Obama – compresi gli sforzi per far approvare politiche
per affrontare il cambiamento climatico, per investire nelle
infrastrutture, per espandere la rete della sicurezza sociale e
proteggere i diritti dei lavoratori ad organizzarsi – erano stati
boicottati dall’opposizione repubblicana.
E, francamente, le nostre politiche economiche nazionali non erano
neppure riuscite a dar pienamente conto delle conseguenze delle nostre
politiche economiche internazionali.
Ad esempio, il cosiddetto “shock cinese”, che aveva colpito
in modo particolarmente duro – con impatti grandi e di lunga durata – i
portafogli della nostra industria manifatturiera nazionale, non era
stato adeguatamente previsto né adeguatamente affrontato nel suo
svolgimento.
E collettivamente, queste forze avevano logorato i fondamenti
socioeconomici sui quali si basa ogni democrazia forte e resiliente.
Ora, queste quattro sfide non riguardavano unicamente gli Stati
Uniti. Anche economie affermate ed emergenti si stavano confontando con
esse – in alcuni casi più acutamente di noi.
Quando il Presidente Biden entrò in carica, sapeva che la soluzione
per ciascuna di queste sfide era ripristinare una mentalità economica
che sostiene ‘il costruire’. E quello è il fulcro del nostro
approccio economico. Costruire. Costruire la produttività, costruire la
resilienza, costruire l’inclusività, all’interno e con i nostri partner
all’estero. La capacità di produrre e di innovare, e di fornire beni
pubblici come forti infrastrutture materiali e digitali ed energia
pulita su larga scala. La resilienza di resistere ai disastri naturali
ed agli shock geopolitici. E l’inclusività per garantire una forte,
vitale classe media americana e maggiori opportunità per le persone che
lavorano in tutto il mondo.
Tutto questo è parte di quella che abbiamo definito una politica estera della classe media.
Il primo passo è gettare nuove fondamenta all’interno – con una strategia industriale americana moderna.
Il mio amico e passato collega Brian Deese ha parlato con una certa
ampiezza di questa nuova strategia industriale, ed io vi raccomando le
sue osservazioni, giacché sono migliori di qualsiasi osservazione potrei
fornire io sul tema. Ma in sintesi:
Una moderna strategia industriale americana identifica i settori
specifici che sono basilari per la crescita economica, strategici in una
prospettiva di sicurezza nazionale, e nei quali l’industria privata non
è destinata per suo conto a fare gli investimenti necessari per
garantire le nostre ambizioni nazionali.
Essa dispiega in queste aree mirati investimenti pubblici che
liberano il potere e l’ingegnosità dei mercati privati, il capitalismo e
la competizione, per gettare un fondamento ad una crescita di lungo
termine.
Essa contribuisce a permettere alle imprese americane di fare quello che fanno meglio – ad innovare, a crescere ed a competere.
Questo ha a che fare con l’attrarre l’investimento privato – non con
il sostituirlo. Riguarda il fare investimenti a lungo termine in settori
vitali per il nostro interesse nazionale – non lo scegliere i vincitori
ed i perdenti.
E ciò ha una lunga tradizione nel nostro paese. Di fatto, persino
quando il termine “politica industriale” passò di moda, in qualche forma
per l’America esso rimase tranquillamente in funzione – dalla Agenzia
per i Progetti Avanzati della Difesa (DARPA) e da Internet, alla NASA ed
ai satelliti commerciali.
Ora, osservando nel corso degli ultimi due anni, i risultati iniziali di questa strategia sono considerevoli.
Il Financial Times ha riportato che investimenti su larga
scala nei semiconduttori e nella produzione di energia pulita sono già
cresciuti di venti volte a partire dal 2019, e un terzo degli
investimenti annunciati da agosto riguardano un investitore straniero
che investe qua negli Stati Uniti.
Abbiamo stimato che nel prossimo decennio il capitale pubblico totale
e gli investimenti privati che derivano dal programma del Presidente
Biden corrisponderanno a circa 3.500 miliardi di dollari.
Si considerino i semiconduttori, che sono essenziali per i nostri
beni di consumo come lo sono per le tecnologie che daranno forma al
nostro futuro, dall’intelligenza artificiale, all’informatica
quantistica alla biologia sintetica.
Adesso l’America produce soltanto il 10 per cento dei semiconduttori
del mondo, e la produzione – in generale e in particolare quando si
arriva ai semiconduttori più avanzati – è geograficamente concentrata
altrove.
Questo determina un rischio economico fondamentale ed una
vulnerabilità per la sicurezza nazionale. Dunque, grazie alla Legge
approvata da entrambi i partiti denominata CHIPS ed alla Legge sulla
Scienza, abbiamo già visto un aumento degli investimenti di vari ordini
di grandezza nell’industria americana dei semiconduttori. E siamo ancora
ai primi giorni.
Oppure si considerino i minerali fondamentali – la spina dorsale
dell’energia pulita del futuro. Oggi, gli Stati Uniti producono soltanto
i 4 per cento del litio, il 13 per cento del cobalto, lo 0 per cento
del nickel e lo 0 per cento della grafite richiesta per soddisfare la
attuale domanda per i veicoli elettrici. Nel frattempo, più dell’80 per
cento dei minerali fondamentali sono trattati da un paese, la Cina.
Le catene dell’offerta della energia pulita sono a rischio di essere
utilizzate come arma impropria nello stesso modo in cui lo fu il
petrolio negli anni ’70, o il gas naturale in Europa nel 2022. Dunque,
noi stiamo prendendo iniziativa attraverso la Legge per la Riduzione
dell’Inflazione e la Legge bipartisan sulle Infrastrutture.
Nello stesso tempo, non è né fattibile né desiderabile produrre ogni
cosa all’interno. Il nostro obbiettivo non è l’autarchia – è la
resilienza e la sicurezza nelle catena dell’offerta.
In questo momento, costruire una nostra capacità nazionale è il punto
di partenza. Ma lo sforzo si estende oltre i nostri confini. E questo
mi porta al secondo passo della nostra strategia: lavorare con i nostri
partner per garantire che anch’essi abbiano capacità resilienza ed
inclusività.
Il nostro messaggi ad essi è stato coerente: noi perseguiremo senza
infingimenti la nostra strategia industriale all’interno – ma senza
ambiguità siamo impegnati a non lasciare indietro i nostri amici.
Vogliamo che si uniscano a noi. Di fatto, abbiamo bisogno che si
uniscano a noi.
Creare un’economia sicura e sostenibile a fronte delle realtà
economiche e geopolitiche richiederà che tutti i nostri alleati e
partner facciano di più – e non c’è tempo da perdere. Per industrie come
i semiconduttori e le energie pulite, non siamo in nessun modo vicini
al punto di saturazione globale degli investimenti necessari, né
pubblici né privati.
In ultima analisi, il nostro obbiettivo è una base tecno-industriale
forte, resiliente e all’avanguardia nella quale gli Stati Uniti e i loro
partner affini, economie consolidate ed emergenti assieme, possano
investire e assieme fare affidamento.
Il mese scorso il Presidente Biden e la Presidente della Commissione
Europea Ursula von der Leyen hanno parlato di questo a Washington.
Essi hanno rilasciato una dichiarazione molto importante che, se non
l’aveste letta, vi suggerisco di leggere. Nella sua sostanza, quello
che quella dichiarazione afferma è la cosa seguente: è necessario che,
nella nostra rispettiva capacità industriale, coraggiosi investimenti
pubblici siano il cuore della transizione energetica. La Presidente von
der Leyen e il Presidente Biden si sono impegnati a lavorare assieme
per garantire che le catene dell’offerta del futuro siano resilienti,
sicure e che riflettano i nostri valori – compresi quelli sul lavoro.
Essi hanno esposto nella dichiarazione i passi pratici per realizzare
quegli obbiettivi – come allineare i rispettivi incentivi per le
energie pulite su ciascun versante dell’Atlantico e lanciare negoziati
sulle catene dell’offerta per i minerali fondamentali e le batterie.
Subito dopo, il Presidente Biden è andato in Canada. Egli e il Primo Ministro Justin Trudeau hanno concordato su una task force per
accelerare la cooperazione tra Canada e Stati Uniti, esattamente nella
direzione della medesima finalità: garantire la nostra offerta di
energie pulite e creare su entrambi i versanti del confine posti di
lavoro da classe media.
E solo pochi giorni dopo, gli Stati Uniti e il Giappone hanno
sottoscritto un accordo che approfondisce la nostra cooperazione sulle
catene dell’offerta dei minerali fondamentali.
Dunque, stiamo facendo leva sulla Legge per la Riduzione dell’Inflazione (IRA) per
costruire un ecosistema manifatturiero basato su catene dell’offerta
qua nel Nord America, e che si estende all’Europa, al Giappone e
altrove.
Questo è il modo in cui trasformeremo l’IRA da una fonte di discordia
in una fonte di forza e di affidabilità. Ed ho la sensazione che, nel
Summit del G7 del prossimo mese ad Hiroshima, sentirete molto parlare
di questo.
Ora, la nostra cooperazione con i partner non è limitata alle energie pulite.
Ad esempio, stiamo lavorando co i nostri partner – in Europa, nella
Repubblica di Corea, in Giappone, a Taiwan e in India – per coordinare i
nostri approcci sugli incentivi ai semiconduttori.
Le previsioni degli analisti su dove avverranno gli investimenti sui
semiconduttori nei prossimi tre anni si sono spostate in modo
spettacolare, con gli Stati Uniti ed i partner principali che adesso
sono in cima ai diagrammi.
Consentitemi di sottolineare che la nostra cooperazione con i partner non è limitata alle democrazie industriali avanzate.
Fondamentalmente, noi dobbiamo sfatare l’idea che il partenariato più
importante dell’America sia soltanto con le economie affermate. Non
solo dicendolo, ma dimostrandolo. Dimostrandolo con l’India – su ogni
cosa, dall’idrogeno ai semiconduttori. Dimostrandolo con l’Angola –
sull’energia solare libera dal carbonio. Dimostrandolo con l’Indonesia –
sul suo Partenariato per una Giusta Transizione Energetica. Dimostrandolo con il Brasile – per una crescita favorevole al clima.
Questo mi porta al terzo passo nella nostra strategia: muoversi oltre
gli accordi commerciali tradizionali verso nuove collaborazioni
economiche internazionali concentrate sulle sfide cruciali del nostro
tempo.
Il principale progetto economico internazionale degli anni ’90 era la
riduzione delle tariffe. Durante gli anni ’90, in media, i tassi delle
tariffe statunitensi si erano quasi ridotti della metà. Oggi, nel 2023,
il nostro tasso medio delle tariffe ponderato su base commerciale è il
2,4 per cento – che storicamente, e in relazione ad altri paesi, è
basso.
Naturalmente, quelle tariffe non sono uniformi, è c’è ancora del
lavoro da fare per abbassare i livelli in molti altri paesi. Come ha
detto l’ambasciatore della Thailandia, “Noi non abbiamo rinunciato alla
liberalizzazione del mercato”. Intendiamo davvero perseguire accordi
commerciali moderni. Ma definire o misurare tutta la nostra politica
basandosi sulla riduzione delle tariffe perde alcuni aspetti importanti.
Chiedere che cosa sia adesso la politica commerciale – inquadrandola
strettamente come progetti per ridurre ulteriormente le tariffe – è
semplicemente la domanda sbagliata. La domanda giusta è: come il
commercio si colloca nella nostra politica economica internazionale e
quali problemi sta cercando di risolvere? Il progetto per gli anni 2020 e
2030 è diverso dal progetto degli anni ‘990.
Noi conosciamo i problemi che abbiamo bisogno di risolvere oggi:
creare catene dell’offerta diversificate e resilienti. Mobilitare gli
investimenti pubblici e privati per una giusta transizione alle energie
pulite ed alla crescita economica sostenibile. Creare in quel percorso
buoni posti di lavoro, posti di lavoro che sostengano le famiglie.
Garantire la fiducia, la sicurezza e l’apertura nelle nostre
infrastrutture digitali. Rafforzare le protezioni per il lavoro e per
l’ambiente. Contrastare la corruzione. Quello è un complesso di priorità
fondamentali che semplicemente fa crollare il rilievo delle tariffe.
E noi abbiamo individuato gli elementi di una ambiziosa iniziativa economica internazionale, il Modello Economico Indo-Pacifico (IPEF), per
concentraci su quei problemi – e per risolverli. Stiamo negoziando
capitoli con tredici nazioni dell’Indo-Pacifico che accelereranno la
transizione alle energie pulite, miglioreranno la giustizia fiscale e
combatteranno la corruzione, fisseranno standard elevati per la
tecnologia e garantiranno catene dell’offerta più resilienti per i
prodotti e gli ingredienti fondamentali.
Consentitemi di parlarne un po più concretamente. Ci fosse stato
l’IPEF quando il Covid gettava scompiglio sulle nostre catene
dell’offerta e le fabbriche rimanevano inattive, saremmo stati capaci di
reagire più rapidamente – le imprese ed i governi assieme –
rivolgendoci a nuove opzioni per attingere e condividere i dati in tempo
reale. Quello è ciò che su quel tema, come su molti altri, può
rappresentare un nuovo approccio.
Il nostro nuovo Partenariato per la Prosperità Economica delle Americhe, è indirizzato allo stesso fondamentale complesso di obbiettivi.
Nel frattempo, attraverso il Consiglio per il Commercio e la Tecnologia statunitense
ed europeo, e attraverso il nostro coordinamento trilaterale con il
Giappone e la Corea, noi stiamo coordinando le nostre strategie
industriali per essere complementari gli uni agli altri, ed evitare una
corsa verso il basso di tutti che competono per gli stessi obbiettivi.
Alcuni hanno guardato a queste iniziative ed hanno affermato: “Ma questi non sono i tradizionali Accordi per il Libero Commercio (FTA)”. Il punto è esattamente quello. Per i problemi che stiamo cercando di risolvere oggi, il modello tradizionale non regge.
L’epoca dei rattoppi politici a cose accadute e delle vaghe promessi
di redistribuzione è finita. Abbiamo bisogno di un approccio nuovo.
Per dirla semplicemente: nel mondo di oggi, la politica commerciale
ha bisogno di riguardare altro che non la riduzione delle tariffe, e la
politica commerciale ha bisogno di essere pienamente integrata nella
nostra strategia economica, all’interno e all’estero.
Nello stesso tempo, l’Amministrazione Biden sta sviluppando una nuova
stratega del lavoro che promuova i diritti dei lavoratori attraverso la
diplomazia, e nelle prossime settimane verremo rivelando questa
strategia.
Essa si basa su strumenti come il meccanismo del lavoro a risposta rapida come l’Accordo tra Stati Uniti, Messico e Canada (USMCA)
che rafforzano l’associazione dei lavoratori e diritti alla
contrattazione collettiva. Solo questa settimana, abbiamo di fatto
risolto otto nostri casi con un accordo che ha migliorato le condizioni
di lavoro – un accordo vantaggioso per i lavoratori messicani e per la
competitività americana.
Adesso è in corso la prosecuzione per promuovere un accordo storico
con 136 paesi per interrompere finalmente la corsa verso i basso sulle
tasse alle società che colpiscono la classe media ed i lavoratori.
Adesso c’è bisogno che il Congresso prosegua con la messa in atto delle
legislazione, e stiamo operando su di esso perché faccia esattamente
questo.
Stiamo inoltre assumendo altri tipi di nuovi approcci che riteniamo
un progetto fondamentale per il futuro – collegare il commercio e il
clima come non era mai stato fatto in precedenza. La Soluzione Globale per l’Acciaio e l’Alluminio che
stiamo negoziando con l’Unione Europea potrebbe essere il primo
importante accordo commerciale per affrontare assieme sia l’intensità
delle emissioni che la sovracapacità produttiva. E se possiamo
applicarlo all’acciaio e all’alluminio, possiamo anche esaminare come
applicarlo ad altri settori. Possiamo contribuire a creare un ciclo
virtuoso e garantire i nostri competitori che non stiamo
avvantaggiandoci ai danni del pianeta.
A coloro che hanno posto la domanda, voglio dire che
l’Amministrazione Biden è ancora impegnata verso l’Organizzazione
Mondiale del Commercio (WTO) ed i valori condivisi sui quali essa si
basa: giusta competizione, apertura, trasparenza e stato di diritto. Ma
serie sfide, più precisamente pratiche e politiche economiche non di
mercato, minacciano quei valori centrali. Dunque, quella è la ragione
per la quale stiamo lavorando con molti altri membri del WTO per
riformare il sistema multilaterale del commercio in modo che esso
benefici i lavoratori, assecondi i legittimi interessi della sicurezza
nazionale e si misuri con tematiche urgenti che non sono pienamente
integrate nell’attuale modello del WTO, come lo sviluppo sostenibile e
la transizione verso le energie pulite.
In conclusione, in un mondo che viene trasformato da quella
transizione verso le energie pulite, dalle dinamiche economie emergenti,
da una richiesta di resilienza per le catene dell’offerta – dalla
digitalizzazione, dall’intelligenza artificiale e dalla rivoluzione
nella biotecnologia – la partita non è più la stessa.
La nostra politica economica internazionale deve adattarsi al mondo
come è, in modo che si possa costruire il mondo che vogliamo.
Questo mi porta al quarto passo della nostra strategia: mobilitare
miglia di miliardi di dollari nelle economie emergenti – con soluzioni
che quei paesi stanno adottando per conto loro, ma con capitali resi
disponibili da una diplomazia statunitense di diverso genere.
Noi abbiamo lanciato uno sforzo importante per sviluppare le banche
dello sviluppo multilaterale in modo che esse siano all’altezza delle
sfide odierne. Per questo, il 2023 è un grande anno.
Come la Segretaria Yellen ha sottolineato, abbiamo bisogno di
aggiornare i modelli operativi delle banche – particolarmente della
Banca Mondiale, ma anche delle banche di sviluppo regionali. Abbiamo
bisogno di allargare i loro equilibri patrimoniali per affrontare il
cambiamento climatico, le pandemie, la fragilità ed i conflitti. E
dobbiamo espandere l’accesso alla finanza agevolata e di elevata qualità
per i paesi a basso e medio reddito, quando essi si misurano con sfide
che vanno oltre i confini di ogni nazione singola.
Su questa agenda, il mese scorso abbiamo dato un primo acconto, ma avremo bisogno di fare molto di più.
E siamo molto soddisfatti per la nuova guida alla Banca Mondiale di Ajay Banga, per trasformare in realtà questa visione.
Nello stesso tempo in cui stiamo evolvendo le banche dello sviluppo
multilaterale, abbiamo anche lanciato uno sforzo importante per chiudere
il divario delle infrastrutture nei paesi a basso e medio reddito. Lo
chiamiamo il Partenariato per le Infrastrutture Globali e gli Investimenti – PGII. Il PGII mobiliterà
centinaia di miliardi di dollari, finanziando da ora alla fine del
decennio infrastrutture energetiche, materiali e digitali.
E, diversamente dal finanziamento che proviene dalla Iniziativa della Nuova Via della Seta, i progetti con il PGII sono
trasparenti, di alto livello, in funzione nei tempi lunghi, inclusivi e
di crescita sostenibile. E soltanto in un anno dal momento in cui
questa iniziativa è stata lanciata, abbiamo già fornito significativi
investimenti su ogni cosa, dalle miniere necessarie per i veicoli ad
energia elettrica ai cavi sottomarini delle telecomunicazioni globali.
Contemporaneamente, siamo anche impegnati ad affrontare l’emergenza
del debito con la quale si misura una largo numero di paesi vulnerabili.
Abbiamo bisogno di constatare un effettivi miglioramenti, non solo di
“prolungare e fare finta”. E abbiamo bisogno che tutti i creditori
pubblici e privati condividano l’onere.
Ciò include la Cina, che ha operato per costruire la sua influenza
attraverso prestiti massicci al mondo emergente, quasi sempre con
clausole connesse. Noi condividiamo il punto di vista di molti altri
secondo il quale la Cina ha adesso bisogno di farsi avanti come forza
costruttiva nella assistenza ai paesi stressati dal debito.
Infine, noi stiamo proteggendo le nostre tecnologie di base con “un po’ di cortile ed un’alta recinzione” [3].
Come ho sostenuto in precedenza, il nostro compito è accompagnare una
nuova ondata della rivoluzione digitale – che garantisca che le
tecnologie della nuova generazione lavorino a favore, non contro, la
nostra democrazia e la nostra sicurezza.
Noi abbiamo messo in atto restrizioni scrupolosamente mirate alle
esportazioni della più avanzata tecnologia dei semiconduttori verso la
Cina. Quelle restrizioni sono basate su inequivocabili preoccupazioni
per la sicurezza nazionale. Alleati fondamentali e partner hanno fatto
la stessa cosa, in coerenza con le loro medesime preoccupazioni sulla
sicurezza.
Stiamo anche potenziando la selezione degli investimenti esteri nelle
aree che hanno un interesse fondamentale per la sicurezza nazionale. E
stiamo facendo progressi nel dedicarci a investimenti in uscita nelle
tecnologie sensibili che hanno un nesso con il centro della sicurezza
nazionale.
Queste sono misure mirate. Non sono, come dice Pechino, uno
“sbarramento tecnologico”. Esse sono concentrate su una ristretta fetta
della tecnologia e su un piccolo numero di paesi intenti a sfidarci
militarmente.
Una parola più in generale sulla Cina. Come si è espressa di recente
la Presidente von der Leyen, noi siamo a favore di un abbattimaneto del
rischio e di una diversificazione, non di un ‘disaccoppiamento’.
Continueremo ad investire nella nostra propria capacità produttiva e in
catene dell’offerta sicure e resilienti. Continueremo a spingere per una
partita a parità di condizioni per i nostri lavoratori e per una difesa
dagli abusi.
Il nostro controllo delle esportazioni resterà strettamente
concentrato sulle tecnologie che possono alterare l’equilibrio militare.
Stiamo semplicemente assicurandoci che la tecnologia statunitense e
degli alleati non sia usata contro di noi. Non stiamo interrompendo i
commerci.
Di fatto, gli Stati Uniti continuano ad avere relazioni commerciali e
di investimenti molto sostanziali con la Cina. L’anno passato, il
commercio bilaterale tra Stati Uniti e Cina ha stabilito un nuovo
record.
Ora, quando ci si allontana dall’economia, noi stiamo competendo con
la Cina su varie dimensioni, ma non stiamo cercando uno scontro o un
conflitto. Abbiamo l’intenzione di gestire la competizione
responsabilmente e cercando di lavorare assieme alla Cina dove è
possibile. Il Presidente Biden ha chiarito che Stati Uniti e Cina
possono e dovrebbero lavorare assieme su sfide come il clima, la
stabilità macroeconomica, la sicurezza sanitaria e quella alimentare.
Gestire la competizione responsabilmente, richiede in ultima analisi
che le due parti siano disponibili. Richiede un grado di maturità
strategica tale da accettare che si debbano tenere aperte linee di
comunicazione anche quando si assumono iniziative per competere.
Come la Segretaria Yellen ha detto la scorsa settimana nel suo
discorso su questo tema, noi possiamo difendere i nostri interessi di
sicurezza nazionale, avere una sana competizione economica e lavorare
assieme dove possibile, ma la Cina deve essere disponibile a fare la sua
parte. Dunque, a cosa può assomigliare un successo?
Il mondo richiede un sistema economico internazionale che operi a
favore di chi percepisce salari, che operi per le nostre industrie, per
il nostro clima, per la nostra sicurezza nazionale, ed operi per i paesi
più poveri e più vulnerabili del mondo.
Questo comporta sostituire un approccio unicamente concentrato sugli
assunti super semplificati dei quali ho parlato all’inizio del mio
discorso, con qualcosa che incoraggi investimenti mirati e necessari che
i mercati privati sono inadatti a fornire per loro conto – anche se
continuiamo a sfruttare il potere dei mercati e l’integrazione.
Comporta fornire spazio ai partner nel mondo per ripristinare i patti tra i governi e i loro elettori e lavoratori.
Comporta basare questo nuovo approccio su una profonda cooperazione e
trasparenza per garantire che i nostri investimenti e quelli dei nostri
partner si rafforzino e siano reciprocamente benefici.
E comporta tornare al convincimento centrale che per primi sostenemmo
80 anni orsono: che l’America dovrebbe essere il cuore di un sistema
finanziario animato che permetta ai partner in tutto il mondo di ridurre
la povertà e di rafforzare una prosperità condivisa. E che una rete
funzionante della sicurezza sociale per i paesi più vulnerabili del
mondo è essenziale per gli stessi nostri interessi fondamentali.
Comporta anche costruire nuove norme che ci permettano di affrontare
le sfide costituite dall’intreccio tra tecnologia avanzata e sicurezza
nazionale, senza ostruire un più ampio commercio e innovazione.
Questa strategia richiederà determinazione – richiederà un impegno
rivolto a superare le barriere che hanno impedito a questo paese ed ai
nostri partner di costruire rapidamente, efficacemente e giustamente,
come eravamo capaci di fare nel passato.
Ma questo è il sentiero più sicuro per risanare la classe media, per
garantire catene dell’offerta fondamentali e, attraverso tutto questo,
per riparare la stessa fiducia nella democrazia.
Come sempre, se avremo successo, avremo bisogno della piena cooperazione dei due partiti del Congresso.
Abbiamo bisogno del sostegno del Congresso per rinvigorire la
capacità unica dell’America di attrarre e di mantenere i talenti più
luminosi da tutto il mondo.
Abbiamo bisogno della cooperazione piena del Campidoglio nelle nostre iniziative di riforma nella finanza per lo sviluppo.
E abbiamo bisogno di raddoppiare i nostri investimenti nelle
infrastrutture, nell’innovazione, nelle energie pulite. La nostra
sicurezza nazionale e la nostra vitalità economica dipendono da questo.
Consentitemi di chiudere con queste parole. Il Presidente Kennedy era
affezionato ad una espressione secondo la quale “una marea che cresce
alza tutte le barche”. Nel corso degli anni, i sostenitori dell’economia
degli “effetti a cascata” si sono appropriati di quella espressione per
i loro usi. Ma il Presidente Kennedy non diceva che quello che era
buono per i ricchi era buono per la classe lavoratrice. Diceva che in
questo siamo tutti assieme.
E fate attenzione a quello che diceva successivamente: “Se un settore
del paese si ferma, allora prima o poi una marea calante farà calare
tutte le barche”.
Questo è vero per il nostro paese. È vero per il nostro mondo. E, dal
punto di vista economico, nel corso del tempo siamo destinati a salire o
a cadere assieme.
E questo vale per la forza delle nostre democrazie come per la forza delle nostre economie.
Ci sarà un dibattito comprensibile, con il mettere mano a questa
strategia all’interno ed all’estero. E ciò è destinato a prendere tempo.
L’ordine internazionale che emerse dopo la fine della Seconda Guerra
Mondiale e dopo la Guerra Fredda non furono costruiti nottetempo. Non
avverrà neppure in questo caso.
Ma assieme, possiamo lavorare per sollevare l’intero popolo
dell’America, comunità e industrie, e possiamo farlo anche assieme con i
nostri amici e partner dappertutto sul pianeta.
Questa è la visione per realizzare la quale l’Amministrazione Biden
deve battersi e si batterà. Questo è ciò che ci guida mentre prendiamo
le nostre decisioni politiche sull’intreccio di economia, sicurezza
nazionale e democrazia.
E questo è il lavoro che faremo non solo come Governo, ma con ogni
organismo degli Stati Uniti, e con il sostegno e l’aiuto dei partner,
sia al governo che fuori dal governo, in tutto il mondo.