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samedi 10 octobre 2026
CARMEN TORTORA: La conquista della mente: il potere prepara l’ultima frontiera della sorveglianza
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@@@@@@@@#@@@@@@..Dall’allarme dell’ONU ai programmi militari, Cina, Russia e UE accelerano la corsa alle neurotecnologie. La libertà di pensiero diventa la nuova frontiera del controllo.
Carmen Tortora
48 minutes ago
La libertà di pensiero, ultimo spazio dell’individuo rimasto sostanzialmente al riparo dall’intrusione tecnologica, sta diventando un territorio di conquista. Le Nazioni Unite hanno portato la questione al centro del XV Congresso sulla prevenzione del crimine, il 30 settembre 2026, denunciando il rischio che le neurotecnologie vengano utilizzate dalle autorità per cercare informazioni nella mente dei sospettati, individuare presunte menzogne e formulare valutazioni sulla loro pericolosità [1]. La prospettiva è quella di una giustizia nella quale l’attività cerebrale potrebbe trasformarsi in materiale investigativo, sottoposto all’interpretazione di algoritmi e utilizzato per orientare decisioni capaci di compromettere la libertà personale. Il diritto penale, costruito sull’accertamento dei fatti e delle responsabilità individuali, verrebbe così esposto alla tentazione di giudicare anche ciò che una macchina presume di individuare nella mente di un essere umano. Il sospetto potrebbe precedere il comportamento, mentre un’elaborazione statistica rischierebbe di assumere il valore di un indizio giudiziario. L’allarme arriva quando Stati Uniti, Cina e Russia hanno già riconosciuto alle interfacce cervello-computer un’importanza strategica e l’Unione europea sta finanziando lo sviluppo di una propria industria del settore. Il pensiero umano entra così nel campo degli interessi economici e militari delle grandi potenze, proprio mentre le istituzioni internazionali cercano di stabilire quali limiti imporre alla sua trasformazione in dato. La lettura indiscriminata dei pensieri rimane fuori dalla portata delle tecnologie attuali, ma la capacità di estrarre informazioni circoscritte dall’attività cerebrale è scientificamente documentata. Per esercitare un controllo invasivo sull’individuo potrebbe bastare molto meno della decodifica completa della sua mente. Un sistema in grado di riconoscere alcune condizioni cognitive potrebbe essere utilizzato per valutare la concentrazione di un dipendente oppure attribuire un significato investigativo a determinate reazioni neurologiche. Il potere potrebbe arrivare a giudicare l’individuo anche attraverso ciò che un algoritmo sostiene di aver ricavato dal suo cervello, indipendentemente dalla volontà di comunicare quelle informazioni.
Il Pentagono ha investito in questa prospettiva attraverso la DARPA, l’agenzia statunitense incaricata di finanziare le tecnologie militari più avanzate. Con il programma Next-Generation Nonsurgical Neurotechnology, conosciuto come N3, avviato nel 2018, l’obiettivo era sviluppare dispositivi portatili capaci di leggere e trasmettere segnali neurali senza impianti chirurgici. Nel 2019 furono selezionati sei gruppi di ricerca per esplorare diverse soluzioni, con la prospettiva di consentire agli operatori militari di interagire direttamente con sistemi informatici e piattaforme senza pilota. Le specifiche prevedevano sedici canali indipendenti di comunicazione con il cervello e tempi di risposta nell’ordine di cinquanta millisecondi [2]. Erano obiettivi di ricerca, distinti dalle prestazioni effettivamente dimostrate, e il programma risulta oggi concluso. La scelta strategica rimane comunque eloquente: il Dipartimento della Difesa americano ha finanziato tecnologie destinate a collegare direttamente il sistema nervoso alle apparecchiature militari. La prospettiva assume un significato ancora più delicato quando l’interfaccia diventa bidirezionale, capace cioè di acquisire segnali cerebrali e trasmettere stimoli verso particolari circuiti nervosi. Il programma Neural Engineering System Design aveva fissato obiettivi ingegneristici ancora più ambiziosi, prospettando la registrazione dell’attività di un milione di neuroni e la trasmissione di segnali verso centomila [3]. Il controllo di sistemi complessi attraverso l’intenzione motoria offrirebbe vantaggi operativi, mentre la stimolazione neurale potrebbe modificare specifiche risposte del sistema nervoso. La tecnologia attuale consente interventi limitati e circoscritti; la manipolazione generalizzata della volontà umana resta priva di dimostrazione scientifica. Il rilievo politico della ricerca militare risiede però nella direzione intrapresa. Il cervello viene considerato una possibile componente del sistema tecnologico di difesa e l’operatore umano rischia di diventare sempre più dipendente dai dispositivi che interpretano la sua attività neurologica. In una struttura fondata sull’obbedienza gerarchica, la libertà di accettare o rifiutare questi strumenti potrebbe risultare assai meno solida di quanto suggeriscano le formule sul consenso individuale.
A rendere questa prospettiva particolarmente concreta contribuiscono risultati scientifici ottenuti nei laboratori americani. Nell’agosto 2025, alla Stanford University, uno studio pubblicato sulla rivista Cell ha dimostrato che alcuni segnali associati al linguaggio interiore possono essere interpretati mediante intelligenza artificiale [4]. Quattro persone dotate di interfacce cerebrali impiantate hanno partecipato a esperimenti nei quali i ricercatori sono riusciti a ricostruire determinate sequenze verbali formulate mentalmente. Si tratta di parole che l’individuo immagina senza pronunciarle, parte di quella conversazione silenziosa che accompagna il ragionamento quotidiano. La tecnologia nasce per restituire capacità comunicative a persone gravemente paralizzate, ma la sua applicazione introduce una possibilità destinata a modificare il concetto stesso di riservatezza: un dispositivo progettato per tradurre intenzioni comunicative potrebbe riconoscere anche contenuti che il paziente preferirebbe custodire. Gli scienziati hanno sperimentato una password mentale per autorizzare la decodifica, riconoscendo così la necessità di proteggere le informazioni involontariamente accessibili. La libertà di mantenere un pensiero privato comincia a dipendere anche dalle caratteristiche del software incaricato di interpretarlo. Già nel 2023, all’Università del Texas ad Austin, un sistema di intelligenza artificiale aveva dimostrato di poter ricostruire il significato generale di alcune sequenze linguistiche ascoltate o immaginate dai partecipanti attraverso l’elaborazione di registrazioni ottenute con la risonanza magnetica funzionale [5]. Il procedimento richiedeva lunghe sessioni di addestramento individuale e la collaborazione del soggetto, che poteva ostacolare la ricostruzione adottando determinate strategie mentali. I limiti sperimentali restano considerevoli, eppure il risultato confermava una possibilità fino a poco tempo prima confinata alla speculazione: ricavare informazioni relative al contenuto del linguaggio dall’attività cerebrale, anche in assenza di parole pronunciate. Il Massachusetts Institute of Technology studia inoltre tecniche di stimolazione mediante ultrasuoni focalizzati transcranici, capaci di modulare l’attività di determinate regioni cerebrali dall’esterno del cranio [6]. Nel luglio 2026 il MIT ha affrontato apertamente il rischio che interfacce progettate per aiutare persone con disabilità possano trovare impieghi invasivi nella sorveglianza aziendale o governativa [7]. La stessa infrastruttura che restituisce autonomia a un paziente potrebbe quindi diventare, attraverso applicazioni differenti, uno strumento per acquisire informazioni neurologiche a vantaggio di un’organizzazione. La finalità terapeutica di una tecnologia offre benefici concreti, ma da sola non garantisce la legittimità di ogni suo impiego successivo.
La Cina ha già collocato queste tecnologie al centro della propria pianificazione industriale. Il 30 luglio 2025 sette organismi governativi e scientifici, fra cui il Ministero dell’Industria e delle Tecnologie dell’Informazione e l’Accademia cinese delle scienze, hanno pubblicato un piano per accelerare lo sviluppo delle interfacce cervello-computer, con obiettivi fissati al 2027 e la costruzione di un’industria competitiva entro il 2030 [8]. Pechino punta a produrre autonomamente i componenti necessari ad acquisire e interpretare segnali cerebrali, consolidando una filiera nazionale che comprende dispositivi indossabili e sistemi più avanzati di interazione uomo-macchina. Il programma contempla anche strumenti capaci di valutare l’attenzione e l’affaticamento attraverso la combinazione di informazioni neurologiche e altri parametri fisiologici, destinati soprattutto agli ambienti nei quali il deterioramento delle capacità di reazione potrebbe provocare incidenti. La prevenzione dei rischi industriali offre una giustificazione immediatamente comprensibile. Un dispositivo capace di misurare la stanchezza di un lavoratore, però, può diventare anche uno strumento per controllarne il rendimento durante l’intera giornata. La possibilità di attribuire punteggi alle prestazioni cognitive introdurrebbe una forma di sorveglianza assai più penetrante della tradizionale verifica del lavoro svolto. L’accesso a determinate mansioni potrebbe essere condizionato all’accettazione del monitoraggio e il rifiuto potrebbe comportare conseguenze professionali. In un sistema nel quale lo Stato esercita ampi poteri di indirizzo sull’industria e sulla circolazione delle informazioni, la prospettiva di raccogliere dati neurologici negli ambienti produttivi merita una valutazione politica rigorosa. Il piano ufficiale documenta finalità e tecnologie previste, mentre l’esistenza di una sorveglianza mentale generalizzata richiederebbe prove ulteriori. Il problema riguarda già la possibilità di trasformare il monitoraggio neurologico in una consuetudine amministrativa, introdotta con il linguaggio rassicurante della sicurezza e successivamente estesa alla valutazione individuale. La Russia, attraverso Neuronet, uno dei settori della National Technology Initiative, persegue a sua volta lo sviluppo di interfacce fra cervello e sistemi digitali, con un orizzonte industriale fissato al 2035 [9]. Le iniziative collegate, fra cui CoBrain, studiano modalità di integrazione fra capacità cognitive e tecnologie esterne. La documentazione pubblica disponibile consente di identificare questi obiettivi strategici, pur lasciando incerta la maturità operativa delle applicazioni più avanzate. Washington privilegia programmi di ricerca militare e applicazioni specialistiche, Pechino costruisce una filiera industriale nazionale e Mosca inserisce le interfacce neurali nella propria strategia tecnologica. Il controllo delle tecnologie capaci di acquisire informazioni dal cervello è ormai materia di competizione fra potenze, con investimenti e priorità differenti ma un interesse convergente verso l’integrazione del sistema nervoso nelle infrastrutture digitali.
L’Unione europea partecipa alla stessa competizione industriale e comincia a riconoscerne le conseguenze politiche. L’8 settembre 2026 il Gruppo europeo sull’etica delle scienze e delle nuove tecnologie, organismo consultivo della Commissione europea, ha pubblicato Governing Neuro-AI: Towards an Infrastructure Approach, un rapporto che affronta la convergenza fra neuroscienze e intelligenza artificiale come una questione di controllo delle infrastrutture e di tutela dell’autonomia individuale [10]. Il documento attribuisce particolare importanza alle inferenze algoritmiche, ossia alle informazioni che possono essere ricavate dall’elaborazione dei segnali cerebrali anche quando il dato originario appare relativamente limitato. Una registrazione effettuata per misurare una specifica funzione potrebbe essere conservata e successivamente esaminata attraverso algoritmi più avanzati, capaci di individuare correlazioni prima sconosciute. Il valore futuro delle informazioni neurologiche potrebbe quindi superare quello attribuito loro al momento dell’acquisizione. L’individuo rischierebbe di cedere oggi dati dei quali soltanto domani si comprenderà pienamente il potenziale informativo. Una condizione particolarmente favorevole a chi possiede grandi archivi e le capacità informatiche necessarie a elaborarli. La Commissione viene così posta di fronte a un problema che supera il tradizionale rapporto fra impresa e consumatore: chi controlla le infrastrutture di acquisizione dei neurodati potrebbe assumere una posizione dominante nell’interpretazione di specifiche attività cognitive. Il potere di stabilire quali informazioni estrarre e quali valutazioni produrre diventerebbe economicamente prezioso, soprattutto qualora quelle valutazioni fossero utilizzate nelle decisioni riguardanti le persone. Il rapporto europeo chiede di esaminare l’adeguatezza delle norme esistenti e di rafforzare la governance dell’intero settore. Il riconoscimento di questa necessità rivela la distanza che potrebbe aprirsi fra la rapidità dello sviluppo tecnologico e la capacità delle istituzioni di disciplinarne gli impieghi.
Bruxelles dispone già di strumenti giuridici importanti. Il GDPR, il regolamento generale europeo sulla protezione dei dati, impone condizioni al trattamento delle informazioni personali e prevede tutele rafforzate per determinate categorie sensibili [11]. L’AI Act, il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, vieta specifiche pratiche manipolative e limita l’utilizzo di sistemi destinati a inferire le emozioni delle persone nei luoghi di lavoro e negli istituti di istruzione, con eccezioni per finalità mediche o di sicurezza [12]. Proprio queste eccezioni mostrano quanto sarà delicata l’applicazione delle garanzie. La rilevazione dell’affaticamento in un impianto industriale può rispondere a un’esigenza legittima di prevenzione degli incidenti; la conservazione sistematica dei segnali acquisiti e il loro successivo utilizzo per classificare i dipendenti porrebbero problemi molto diversi. La sicurezza rischia di diventare il titolo attraverso cui legittimare sistemi di monitoraggio sempre più estesi, mentre le finalità iniziali potrebbero essere ampliate per soddisfare esigenze organizzative. Nel febbraio 2026 anche il Consiglio d’Europa, organizzazione internazionale distinta dall’Unione europea, ha elaborato orientamenti sulla protezione dei dati neurali, riconoscendo la necessità di valutare attentamente l’adeguatezza delle garanzie esistenti [13]. Nell’aprile successivo il confronto istituzionale è proseguito attraverso approfondimenti dedicati ai diritti umani e alle neurotecnologie [14]. Il diritto alla riservatezza mentale riguarda la possibilità di controllare le informazioni ricavate dal proprio cervello; quello all’integrità mentale protegge la persona da interferenze neurologiche imposte. Entrambi diventano decisivi quando un dispositivo può registrare segnali e, in specifiche applicazioni terapeutiche, intervenire sull’attività del sistema nervoso. Un consenso ottenuto attraverso la minaccia di perdere un’opportunità professionale avrebbe un valore ben diverso da una decisione liberamente assunta. Per questo la tutela della persona richiede anche la possibilità concreta di rifiutare un dispositivo senza subire conseguenze sproporzionate.
Il paradosso europeo emerge dagli stessi programmi di finanziamento. Il 1° ottobre 2026 ha preso avvio LOOK, un progetto sostenuto dall’European Research Council con un costo complessivo dichiarato di circa 2,36 milioni di euro, orientato allo sviluppo di chip capaci di acquisire e comprimere grandi quantità di segnali neurali [15]. La ricerca potrebbe contribuire a superare alcuni limiti tecnici delle interfacce cervello-computer, migliorandone le prestazioni e ampliando le possibilità di elaborazione. IntuitiveBCI, un altro progetto europeo, studia modalità più naturali di controllo dei dispositivi attraverso segnali cerebrali [16]. L’obiettivo scientifico comprende applicazioni mediche di grande utilità, soprattutto per le persone con gravi limitazioni motorie. Ma il medesimo progresso può rendere sempre più efficienti gli strumenti di raccolta delle informazioni neurologiche. Particolarmente significativo, per le sue implicazioni economiche, è IMR, From Human Capital to Intelligence Management: Data-driven Economy and Brain-Computer Interfaces, avviato il 1° maggio 2026 con un costo complessivo di circa 1,5 milioni di euro e attività previste fino al 2031 [17]. Il progetto studia il rapporto fra interfacce cerebrali e trasformazioni economiche legate alla gestione dell’intelligenza umana. Il tradizionale concetto di capitale umano si riferisce alle competenze e alle conoscenze che una persona mette a disposizione attraverso il proprio lavoro; le neurotecnologie introducono la possibilità di acquisire anche dati relativi a determinate attività cognitive. Il rischio di una loro applicazione ai processi organizzativi riguarda l’attribuzione di valore economico a caratteristiche neurologiche interpretate dagli algoritmi. Un’impresa potrebbe cercare di valutare capacità o condizioni individuali attraverso misurazioni che, fuori dal contesto scientifico in cui sono state sviluppate, potrebbero rivelarsi insufficientemente affidabili. L’intelligenza umana rischierebbe di essere trattata come una risorsa da misurare e amministrare direttamente attraverso il cervello, anziché attraverso la qualità del lavoro effettivamente svolto. Il finanziamento di una ricerca su questi temi equivale naturalmente a esplorarne le implicazioni, e non all’adozione istituzionale di simili pratiche. Resta una tensione politica evidente: Bruxelles investe nelle capacità industriali necessarie a rendere le interfacce cerebrali più efficienti e contemporaneamente cerca di costruire regole capaci di contenerne gli impieghi invasivi. La competizione con le altre potenze potrebbe rendere più difficile imporre vincoli quando questi entrassero in conflitto con gli interessi economici del settore.
Il mercato commerciale è già esposto a vulnerabilità considerevoli. Nell’aprile 2024 la Neurorights Foundation ha esaminato le politiche di trattamento dei dati adottate da trenta aziende attive nella neurotecnologia di consumo. In ventinove casi su trenta, pari al 96,7%, le condizioni analizzate sembravano consentire alle imprese di accedere ai dati neurali degli utilizzatori con restrizioni insufficienti [18]. Numerose politiche prevedevano inoltre possibilità estese di condivisione con soggetti terzi. L’indagine riguardava le garanzie contrattuali dichiarate, lasciando aperta la verifica delle operazioni effettivamente compiute dalle aziende. Il risultato era comunque significativo: informazioni potenzialmente molto sensibili potevano essere raccolte attraverso dispositivi commerciali le cui condizioni di utilizzo offrivano protezioni limitate. Il mercato dei dati cerebrali rischia di svilupparsi sulla stessa asimmetria che ha caratterizzato l’economia digitale: l’individuo produce informazioni, mentre il valore della loro elaborazione si concentra nelle mani di chi possiede le piattaforme. Con i neurodati, tuttavia, la posta in gioco acquista una delicatezza particolare. Una registrazione acquisita per monitorare il sonno potrebbe essere sottoposta in futuro ad analisi ulteriori, qualora i progressi scientifici consentissero di ricavarne informazioni prima sconosciute. L’effettiva possibilità dipenderebbe dalle caratteristiche del segnale e dall’affidabilità delle tecniche sviluppate, ma il problema della conservazione rimarrebbe. Il consenso prestato oggi potrebbe coprire dati il cui potenziale informativo sarà compreso soltanto in seguito, quando l’interessato avrà già perso la disponibilità esclusiva delle registrazioni. La capacità di incrociare neurodati con altre informazioni personali potrebbe inoltre favorire forme di profilazione capaci di influenzare decisioni professionali o commerciali. L’accesso a un’opportunità lavorativa potrebbe dipendere da valutazioni ricavate attraverso misurazioni neurologiche, attribuendo a correlazioni probabilistiche conseguenze assai concrete. La disponibilità di un dato, però, conferisce anche il potere di interpretarlo, e proprio in quella interpretazione si concentra il rischio di errori e discriminazioni.
L’esperienza giudiziaria dell’India dimostra quanto sia pericoloso attribuire un’autorità eccessiva a tecnologie cerebrali insufficientemente validate. Da anni alcune autorità investigative hanno sperimentato il sistema BEOS, basato sulla registrazione dell’attività elettrica cerebrale per individuare presunti segnali di familiarità con determinati eventi. La tecnica si fonda sull’ipotesi che specifiche risposte neurologiche possano indicare la conoscenza di informazioni collegate a un crimine. Il problema è evidente: la familiarità con un dettaglio può derivare da circostanze del tutto estranee alla partecipazione al reato, comprese informazioni ricevute durante un interrogatorio o apprese attraverso i mezzi di comunicazione. Nel 2010 la Corte Suprema indiana, con la sentenza Selvi contro Stato del Karnataka, ha stabilito importanti limiti all’impiego coercitivo di queste tecniche, richiamando il diritto a evitare l’autoincriminazione [19]. L’avvertimento delle Nazioni Unite del settembre 2026 riguarda proprio il pericolo di affidare a strumenti neurologici ancora controversi la ricerca delle menzogne e la valutazione della pericolosità individuale. Una macchina potrebbe classificare un segnale cerebrale come sospetto e trasformare una possibilità statistica in una presunzione di colpevolezza. Il sospettato sarebbe chiamato a contestare una valutazione costruita sull’interpretazione del proprio sistema nervoso, con difficoltà ancora maggiori qualora il funzionamento dell’algoritmo fosse coperto da segreto industriale. La giustizia rischierebbe così di spostare parte della propria attenzione dai comportamenti accertati alle caratteristiche neurologiche attribuite alla persona. Una prospettiva che colpirebbe il principio stesso della responsabilità individuale, sostituendo alla prova del fatto una valutazione tecnologica della presunta predisposizione a commetterlo.
L’UNESCO, nel novembre 2025, ha adottato una raccomandazione internazionale sull’etica delle neurotecnologie, riconoscendo l’esigenza di proteggere la libertà mentale e la dignità umana [20]. Il documento offre un quadro di principi, la cui efficacia dipenderà dalle successive scelte degli Stati e dall’applicazione di disposizioni vincolanti. L’articolo 18 del Patto internazionale sui diritti civili e politici tutela già la libertà di pensiero in termini particolarmente rigorosi [21], ma la diffusione dei neurodati impone di precisare come questa garanzia debba operare quando specifici aspetti dell’attività cerebrale diventano registrabili e interpretabili. I diritti fondamentali sono stati concepiti per proteggere l’individuo dall’ingerenza arbitraria del potere; ora devono confrontarsi con tecnologie che potrebbero rendere accessibili informazioni precedentemente custodite dalla stessa natura biologica del pensiero. Il rischio più concreto è che l’accesso ai segnali neurologici diventi una pratica ordinaria prima che le persone dispongano degli strumenti necessari per controllarne le conseguenze. Un dispositivo introdotto per motivi medici potrebbe trovare successivamente applicazioni professionali, mentre uno strumento destinato alla prevenzione degli incidenti potrebbe essere adattato alla valutazione del rendimento. Il controllo dei dati passerebbe progressivamente a organizzazioni dotate di risorse tecniche superiori a quelle dei singoli utilizzatori. Ogni nuovo impiego potrebbe alimentare la richiesta di ulteriori informazioni e accrescere il valore degli archivi già costituiti.
Il potere contemporaneo dispone di strumenti capaci di ricostruire una parte considerevole della vita individuale attraverso le tracce digitali lasciate nelle comunicazioni e negli spostamenti. Le neurotecnologie introducono la possibilità di aggiungere informazioni relative ad alcuni processi cerebrali che precedono la comunicazione volontaria. La sorveglianza potrebbe così estendersi dal comportamento osservabile alle condizioni mentali che un algoritmo sostiene di riconoscere. È una trasformazione che richiede capacità tecniche ancora limitate rispetto alla lettura completa del pensiero, ma sufficienti, in determinate applicazioni, a porre problemi concreti di libertà personale. La precisione di una valutazione scientifica potrebbe persino diventare secondaria rispetto all’autorità attribuita al risultato: un algoritmo capace di produrre un giudizio discutibile potrebbe comunque influenzare decisioni reali, qualora istituzioni e imprese lo considerassero attendibile. Il rischio riguarda dunque anche la creazione di un apparato amministrativo nel quale l’individuo finisce per essere giudicato attraverso informazioni biologiche elaborate da sistemi di cui conosce soltanto il risultato.
La conquista della mente potrebbe procedere attraverso la normalizzazione del suo monitoraggio, molto prima che qualcuno riesca a decodificarne integralmente i pensieri. Le grandi potenze stanno finanziando le tecnologie necessarie e l’Europa cerca di assicurarsi una posizione competitiva nella loro evoluzione, mentre le istituzioni internazionali cominciano a misurare il costo che questa trasformazione potrebbe imporre alla libertà individuale. La medicina ha già dimostrato il valore straordinario delle interfacce neurali per restituire autonomia a persone gravemente disabili; proprio per questo occorre impedire che le stesse capacità vengano utilizzate per costruire nuove forme di subordinazione. La questione decisiva sarà la possibilità effettiva di sottrarsi alla raccolta e all’interpretazione dei dati cerebrali, anche quando la loro acquisizione verrà presentata come una necessità organizzativa o una condizione per accedere a determinati servizi. Una società che riconosce il diritto di pensare liberamente deve proteggere anche il diritto di mantenere inaccessibile il proprio pensiero. Se la partecipazione alla vita economica dovesse richiedere progressivamente la disponibilità a consegnare informazioni sulla propria attività mentale, la libertà sopravviverebbe nelle dichiarazioni di principio, mentre il suo esercizio concreto dipenderebbe dal consenso di chi controlla le tecnologie. Il rischio è che la mente umana finisca per essere trattata come un’ulteriore fonte di dati da acquisire e valorizzare, secondo logiche economiche e interessi strategici estranei alla volontà della persona. Il confine ultimo del potere rimane la libertà interiore dell’individuo. Trasformarla in una risorsa accessibile significherebbe consegnare alla sorveglianza qualcosa che, per definizione, dovrebbe appartenere soltanto a chi pensa.
Fonti e riferimenti
[1] Nazioni Unite, XV Congresso sulla prevenzione del crimine, Commissione II, Workshop 4, 30 settembre 2026. Trascrizione ufficiale.
[2] DARPA, Next-Generation Nonsurgical Neurotechnology (N3), programma di ricerca sulle interfacce neurali non chirurgiche. Documentazione ufficiale.
[3] DARPA, Neural Engineering System Design (NESD), programma di ricerca sulle interfacce cerebrali ad alta risoluzione. Documentazione ufficiale.
[4] Stanford University / Cell, Inner speech in motor cortex and implications for speech neuroprostheses, agosto 2025. Studio scientifico.
[5] Nature Neuroscience, Semantic reconstruction of continuous language from non-invasive brain recordings, 1° maggio 2023. Studio originale.
[6] Massachusetts Institute of Technology, This new tool could tell us how consciousness works, 12 gennaio 2026. MIT News.
[7] Massachusetts Institute of Technology, Toward a future that preserves benefits of neurotechnology for all, 6 luglio 2026. MIT News.
[8] Ministero dell’Industria e delle Tecnologie dell’Informazione della Repubblica Popolare Cinese, piano nazionale per lo sviluppo delle interfacce cervello-computer, 30 luglio 2025. Documento governativo.
[9] National Technology Initiative, Federazione Russa, Neuronet, strategia tecnologica nazionale con orizzonte al 2035. Programma ufficiale.
[10] Commissione europea, European Group on Ethics in Science and New Technologies, Governing Neuro-AI: Towards an Infrastructure Approach, 8 settembre 2026. Rapporto della Commissione europea.
[11] Unione europea, Regolamento (UE) 2016/679, General Data Protection Regulation (GDPR). Testo ufficiale.
[12] Unione europea, Regolamento (UE) 2024/1689 sull’intelligenza artificiale, articolo 5. Testo ufficiale.
[13] Consiglio d’Europa, orientamenti sulla protezione dei dati neurali, 11 febbraio 2026. Documento.
[14] Consiglio d’Europa, Report on the Workshop on Human Rights and Neurotechnologies, aprile 2026. Documentazione.
[15] Commissione europea / European Research Council, progetto LOOK, accordo n. 101231189, avvio 1° ottobre 2026. Scheda CORDIS.
[16] Commissione europea / European Research Council, progetto IntuitiveBCI, accordo n. 949660. Scheda CORDIS.
[17] Commissione europea / European Research Council, From Human Capital to Intelligence Management: Data-driven Economy and Brain-Computer Interfaces, accordo n. 101221675, avvio 1° maggio 2026. Scheda CORDIS.
[18] Neurorights Foundation, Safeguarding Brain Data: Assessing the Privacy Practices of Consumer Neurotechnology Companies, aprile 2024. Rapporto.
[19] Supreme Court of India, Selvi & Others v. State of Karnataka, sentenza del 5 maggio 2010, (2010) 7 SCC 263.
[20] UNESCO, Recommendation on the Ethics of Neurotechnology, adottata l’11 novembre 2025. Documento ufficiale.
[21] Nazioni Unite, International Covenant on Civil and Political Rights, articolo 18, adottato il 16 dicembre 1966. Testo della convenzione.