jeudi 21 octobre 2021

SANTI E CAFFÈ: IL RE È NUDO. LE ULTIME STRUMENTALI DICHIARAZIONI ATTRIBUITE A BENEDETTO XVI. 21 OTTOBRE 2021 - QUESTA SERA ALLE 21.15 LA CATECHESI SULL'APOCALISSE DI SAN GIOVANNI, SUL CANALE YT RADIO DOMINA NOSTRA (ISCRIVERSI)

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QUI IL LINK ALLA MIA COPIA DI QUESTO VIDEO:  https://www.dropbox.com/s/bvh5rouvd3w5sfy/don%20minutella%20%20santi%20e%20caffe%20%20il%20re%20e%20nudo.mp3?dl=0

 

Di don Minutella
IL RE È NUDO. UNA GRANDE VITTORIA DEL PICCOLO RESTO
Ieri (20 ottobre 2021), su Avvenire, il quotidiano dei vescovi cattolici, che non compra più nessuno, ma che esce ugualmente (con i soldi ricavati dall’otto per mille), il giornalista Giacomo Gambassi, ha riferito di un commento di Benedetto XVI, a seguito della morte di Gerhard Winkler, teologo amico di Ratzinger.
Il papa avrebbe detto: “spero di unirmi presto a loro”, in riferimento agli amici che sono già in cielo.
Mettendo da parte i molti indizi che, come sempre accade quando c’è una dichiarazione di Benedetto XVI, lasciano trapelare una strumentalizzazione della sua persona, mi pare importante mettere in luce uno scoop che rischia di passare inosservato.
Il giornalista Gambassi, infatti, commentando le parole di Benedetto XVI, ad un certo momento, scrive: “da quando ha rinunciato AL MINISTERO PETRINO, nel 2013, Benedetto XVI vive nel monastero Mater Ecclesiae”.
Non possiamo sapere se si è trattato di un errore involontario del giornalista o se, invece, come si dice, il “re è nudo”.
È una vittoria di tutti noi. Del piccolo resto cattolico, soffertamente e ostinatamente legato a Benedetto XVI.  Ed è una vittoria di figure decisive e pazienti che, in questi anni, sul piano pastorale, giuridico, teologico e dogmatico, hanno insistito per mettere in luce che nella Declaratio di Benedetto XVI dell’11 febbraio 2013, con un’inattesa mossa strategica, mediante quello che il giornalista Cionci definisce “codice Ratzinger”, egli non ha consegnato il munus, ma il ministerium e, dunque, resta lui il papa regnante. Nella traduzione italiana della Declaratio i due termini, munus e ministerium, vengono tradotti con l’unica parola ministero, ma il testo è in latino, come pure il canone del Codice di Diritto Canonico. Ed esso prevede espressamente la consegna del munus. La lingua normativa per la Chiesa, soprattutto in documenti ufficiali, resta il latino, non l'italiano.
A norma del canone 332, paragrafo 2, infatti, il Romano Pontefice, per dimettersi validamente, deve espressamente consegnare il munus: “muneri suo renuntiet”. Se, dunque, nella Declaratio non compare il termine munus, le dimissioni sono invalide.
Canfora, Cionci, Acosta, Bugnolo e altri ottengono oggi una vittoria inattesa. Il re è nudo!
Ho raccomandato di invadere la Redazione di Avvenire con gentili richieste a rispondere al quesito decisivo: se Benedetto XVI, come scrive Gambassi, ha rinunciato al ministero petrino e, dunque, non al munus, egli è ancora il papa, e ciò non per ipotesi collettiva, ma a norma del Codice di Diritto Canonico.
Ciò è tanto vero che si stanno affrettando a far morire il papa come fosse emerito, e come se avesse dichiarato che il papa è Francesco. Ebbene, se ha detto che il papa è uno solo, non ha mai aggiunto: ed è papa Francesco. E non è affatto chiaro che lo sia, come invece sostiene il “secondino” Ganswein.
Il resto è filastrocca vaticana. Di un papa emerito che va perdendo forze e non parla più, che dice il rosario e si prepara all’incontro con Dio.
Il quesito invaderà la Redazione di Avvenire: se Benedetto XVI ha consegnato il ministero petrino, vuol dire che è ancora il papa, a norma del Diritto ecclesiastico. Non vale il gioco astuto di far coincidere, nella lingua italiana, i due enti (munus e ministerium). Se, infatti, scrivono ministero e non ministerium, in ogni caso, la Declaratio, che è il testo originale e normante, è in lingua latina, dove i due enti sono ben distinti. Perché mai Benedetto XVI avrebbe dovuto ignorare che andava scritto munus? Non conosceva forse il Codice, lui, proprio lui?

Ciò è tanto più urgente se si pensa che l’unica, ufficiale dichiarazione a riguardo di un’ipotetica coincidenza tra munus e ministerium nel papa è di monsignor Sciacca, Segretario della Segnatura Apostolica, che salendo sugli specchi, prova, senza riuscirci, a dirimere la questione. E così, alla domanda del giornalista: “Il Codice di diritto canonico, al canone 332, parla di munus petrinum”, controbatte con una personale interpretazione, ben sapendo che il linguaggio giuridico è preciso e che la sua applicazione, soprattutto in un caso estremo come quello delle dimissioni di un papa, è rigorosa: “ma questo non può in alcun modo essere interpretato come una volontà del legislatore di introdurre, in materia di diritto divino, una distinzione tra munus e ministerium petrino. Distinzione che peraltro è impossibile”. Se, dunque, è impossibile, perché mai il legislatore al canone 332, paragrafo 2, precisa che occorre consegnare espressamente il munus? Contraddizioni del regime, potente, ma con i piedi di argilla. Il dato di fatto è incontrovertibile: un papa che si dimette avrebbe dovuto, come richiesto dal Codice di Diritto Canonico, senza le giravolte strategiche che vogliono far credere, scrivere espressamente la parola munus, qualunque interpretazione le si voglia attribuire. E invece, nel testo ufficiale, con cui bisogna con onestà confrontarsi, non c’è traccia del termine. Come mai?
Il re è nudo…
Don Minutella